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Medicina preventiva orientale:
“Curare ciò che non è ancora malattia”.
Cosa vuol dire? L’antico testo del Suwen distingue tre livelli:
1) intervenire prima che la disarmonia diventi sintomo;
2) trattare il sintomo agli esordi;
3) inseguire la malattia conclamata.
Solo il primo livello è considerato l’arte vera del medico.
Nei classici questa “prevenzione” non significa fare check-up: significa riconoscere i segnali sottili che il corpo manda — sonno irregolare, appetito alterato, irritabilità, freddolosità — e correggere il terreno prima che si organizzi una patologia.
Il commento di Wang Bing alla frase precedente nel testo dice: “I saggi non trattavano chi era già malato, ma chi non lo era ancora; non rimettevano in ordine ciò che era già in disordine, ma ciò che non lo era ancora”. Questa è la radice della medicina preventiva orientale.
Cosa fai come prevenzione?
Sei consapevole che prima di qualsiasi cosa viene il movimento, il riposo, l’alimentazione?
“Attendere che il male si sia dichiarato per rimediarvi, è come attendere di avere sete per scavare un pozzo, attendere la battaglia per forgiare le proprie armi. Non è troppo tardi? “ – ( Suwen, cap. 2).
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Bastano ore in piedi, ore davanti al computer, una giornata fredda, una notte corta. Ed in quel momento arriva, non un dolore acuto, non una fitta, ma un cedimento sordo nei lombi, una stanchezza profonda che si concentra in quel preciso punto. La mano va lì da sola, come a sostenere quello che sta venendo meno.
È la sedia? È il materasso? È una discopatia? È perchè dormo male?
Per la Medicina Cinese, no.
Il Suwen, al capitolo 17, ci dice: “I lombi sono il palazzo dei Reni. Quando una persona non riesce più a piegarsi e a girarsi, i suoi Reni si stanno consumando.”
Quella zona del corpo non è solo struttura ossea o muscolare, è la dimora fisica dei Reni, il luogo dove abita la radice profonda della nostra energia vitale.
I Reni, nella tradizione classica, custodiscono il Jīng 精: l’essenza ereditata e accumulata, il capitale energetico che ci sostiene per tutta la vita. Quando il Jing diminuisce, quando lo Yang del Rene non scalda più la radice, quando l’Acqua profonda è scarsa o fredda, i lombi sono i primi a parlare. Non urlando, ma sospirando.
E in chi presenta lombi così, spesso non c’è solo questo. C’è una costellazione di segni che a un occhio non addestrato sembrano appartenere a mondi diversi. Ginocchia che si stancano salendo le scale, freddolosità che non si scrolla di dosso, mani e piedi che non si scaldano mai del tutto. Urinare di notte, una o due volte, e accettarlo come “normale”, libido che si è ritirata senza spiegazioni. Capelli che cadono o ingrigiscono prima del tempo, una memoria che non tiene più, acufeni che vengono e vanno.
Per la Medicina Cinese non sono mondi diversi, sono tutti pezzi dello stesso discorso. Tutti segnali che il Jing, quel materiale prezioso che i Reni custodiscono e da cui ogni altra funzione attinge, non è abbastanza, o non viene più sostenuto come dovrebbe.
Bisogna riempire il pozzo prima che si svuoti del tutto.
“I lombi sono il palazzo dei Reni. Quando una persona non riesce più a piegarsi e girarsi, i suoi Reni si stanno consumando”. – ( Suwen, cap. 17 ).
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Il vento (fēng 風), nella tradizione, non è solo l’aria che si muove: è il nome generico di tutto ciò che arriva dall’esterno e tenta di entrare. Un patogeno climatico, un virus che circola, ma anche — metaforicamente — l’evento che ci coglie di sorpresa, la notizia che non aspettavamo, lo stress che ci piomba addosso.
I classici lo chiamano “origine delle cento malattie”. Il primo ad arrivare, il più abile a penetrare, e quasi sempre apre la strada agli altri. Il vento è soprattutto un vettore: là dove entra, apre il passaggio.
Eppure, ed è qui il principio, il vento da solo non basta a farci ammalare. Due persone esposte allo stesso freddo, allo stesso virus, allo stesso stress: una si ammala, l’altra no. La differenza non è fuori, è dentro.
La malattia nasce sempre da un vuoto, questo è un principio cardine in medicina cinese.
E c’è di più: il vento, in sé, non è il nemico. Nella sua forma fisiologica, il vento di primavera smuove l’energia, risveglia i processi biologici, dissolve la stasi dell’inverno. Il vento è trasformazione, è movimento, è cambiamento, è ciò che impedisce alla vita di stagnare.
Il problema, allora, non è il vento, è la resistenza al vento. È quando ci irrigidiamo contro il cambiamento, quando ci aggrappiamo a ciò che era, quando opponiamo corpo e mente a ciò che si muove, che il vento si trasforma in xié 邪, in soffio perverso. Il sintomo nasce dall’attrito tra il vento e ciò che in noi non vuole cedere.
Per questo “limpido e calmo” (清靜 qīng jìng) non è un’immagine poetica. È uno stato concreto: la pelle ben chiusa, gli interstizi che resistono, il wèi qì 衛氣,(il qì difensivo) che scorre sotto la pelle, che fa la sua funzione di guardia. Ma è anche uno stato interiore: la capacità di lasciar passare ciò che passa, senza ammalarsi del cambiamento.
Wang Bing commenta così: è la condizione di chi non si lascia affaticare gli occhi dai desideri, di chi non si fa confondere il cuore dalle passioni eccessive, di chi rispetta le stagioni.
Il vento soffia e soffierà sempre, la domanda non è come fermarlo: è quanto siamo disposti a lasciarlo attraversarci.
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L’uomo, nella tradizione, nasce dall’unione di due principi: il Cielo (Tiān 天), immateriale, luminoso, e la Terra (Dì 地), densa, nutrice. Tra i due, l’Uomo (Rén 人) si forma come spazio mediano e punto di incontro. È la triade delle Tre Potenze, sāncái 三才: il Cielo diffonde, l’Uomo media, la Terra condensa.
Nel corpo umano, questa triade cosmologica si traduce in una triade fisiologica, i Tre Tesori, sānbǎo 三寶: shén 神 (lo spirito, piano celeste), qì 氣 (il soffio, piano umano-mediano), jīng 精 (l’essenza, piano terrestre). Il corpo è strutturato come il cosmo perché viene dallo stesso processo. Comprendere il cosmo è comprendere il corpo.
Il capitolo prosegue con un’immagine che completa il quadro: “Se qualcuno è in grado di corrispondere alle quattro stagioni, il Cielo e la Terra sono padre e madre”.
Nascere dall’unione Cielo-Terra è un atto unico, accade una sola volta. Ma maturare, nutrirsi, conservarsi nel tempo richiede una corrispondenza continua con il movimento delle stagioni.
Il cosmo diventa genitore, fonte inesauribile di sostentamento, solo per chi sa restare in ascolto del suo ritmo.
Wang Bing, fra i principali commentatori classici del Suwen, glossa il passaggio così (nelle parole riportate dalla traduzione di Unschuld):
“Il Cielo fa fluire la sua virtù; la Terra produce trasformazioni con il suo qi. Quando virtù e qi si uniscono, l’uomo viene alla vita”.
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